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numero 55 - marzo 2018

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La psicologia degli haters

La psicologia degli haters

Social media

Negli ultimi anni il rapido evolversi di internet e la conseguente nascita dei social media hanno rivoluzionato in modo radicale il nostro modo di comunicare, stravolgendo il concetto stesso di interazione sociale. Le nuove tecnologie, infatti, favoriscono una comunicazione indiretta, mediata proprio dalle piattaforme social disponibili online. In particolare, il 21esimo secolo è stato protagonista del boom dei social network e delle piattaforme web di condivisione come, per esempio, Facebook, Twitter, Instagram, YouTube. Questi strumenti permettono la pubblicazione, la lettura e la condivisione di contenuti audio, video o testuali in modo rapido e semplice, favorendo una forma di partecipazione online straordinariamente coinvolgente (Jablonska e Polkowski, 2018). Grazie all’utilizzo quotidiano e sempre più diffuso di strumenti quali gli smartphone, i tablet e i computer, i social media sono diventati un potente canale di comunicazione su scala globale, in grado di connettere e avvicinare milioni di persone.
Questo fenomeno ha avuto e ha tuttora dei risvolti psicologici rilevanti. Da una parte numerosi ricercatori hanno sottolineato gli effetti benefici in termini di salute mentale, felicità, autostima e le modalità in cui questa globalizzazione comunicativa abbia influenzato positivamente la vita di comunità e il capitale sociale (Bauernschuster, Falck, e Heblich, 2010; Riva, 2010; Sarracino, 2014; Steinfield, Ellison, e Lampe, 2008). Dall’altra parte i social media, e in particolare i social network, hanno involontariamente promosso l’insorgenza e la diffusione su larga scala di comportamenti negativi e distruttivi, definiti “aggressioni elettroniche” (David-Ferdon e Hertz, 2007), ovvero comportamenti aggressivi messi in atto attraverso l’uso mediato delle tecnologie.

Aggressioni elettroniche: cosa sono

Al giorno d’oggi sono state identificate due forme principali di aggressione elettronica che si distinguono per la presenza o l’assenza di una o più vittime specifiche. Nel primo caso, in cui le aggressioni sono rivolte a una persona o a una minoranza, si tratta di molestie online, atte a ferire le vittime prescelte. All’interno di questa categoria, la forma più diffusa di aggressione è il cyberbullismo, un comportamento aggressivo, ripetuto e sistematico, rivolto a una persona specifica e perpetrato tramite gli strumenti dei nuovi media (Hinduja e Patchin, 2008; Slonje e Smith, 2008; Smith et al., 2008; Smith, Mahdavi, Carvalho, e Tippett, 2006). Il cyberbullismo è una forma di bullismo a tutti gli effetti, in cui l’aggressione alla persona o alle persone a cui è diretta avviene attraverso l’uso di device tecnologici e delle loro funzioni, come instant messaging, commenti online o email. Gli aspetti più critici di questa forma di bullismo sono la rapidità e la globalità della diffusione su larga scala: grazie all’utilizzo dei media, i contenuti dell’aggressione sono in grado di arrivare in breve tempo a un ampio numero di persone, rendendo questa complicata da arginare e da gestire a livello personale. 

Tuttavia, il web è stato protagonista della rapidissima diffusione di una seconda forma a di aggressione elettronica che, al contrario, è priva di una vittima designata. Rientrano in questa categoria i cosiddetti “haters” o “troll”, ovvero persone che sfruttano il mondo online per connettersi in modo anonimo e scrivere commenti crudeli e brutali apparentemente senza uno scopo preciso se non quello di creare scompiglio e ottenere reazioni da altri utenti. Secondo uno studio condotto nel 2016 da Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti e da alcune università italiane, le categorie su cui è riversato maggiormente l’odio sono le donne, gli omosessuali, i migranti, i diversamente abili e le persone di religione ebraica. Hardaker (2010), che ha condotto ricerche in quest’ambito, ha enfatizzato che i contenuti dei messaggi degli haters sono caratterizzati dall’assenza di obiettivi precisi e critiche costruttive, ma si distinguono appunto per la difficoltà di individuare una motivazione chiara radicata nel contesto in cui si manifestano.

L'effetto di disinibizione online

All’interno del mondo online, le persone tendono a dire o fare cose in modo più aperto, disinibito e intenso rispetto a come le direbbero nel contesto di interazioni faccia a faccia. Questo fenomeno è stato definito effetto di disinibizione online (Suler, 2004). Alla base dell’effetto di disinibizione vi sarebbe la natura stessa del cyber spazio, caratterizzato da:
  • anonimità dissociativa: a differenza della comunicazione diretta, la comunicazione mediata da uno strumento offre alle persone l’opportunità di sperimentare una separazione e distinzione delle loro azioni online dal loro abituale stile di vita e dalla loro vera identità.
  • invisibilità: il fatto che nel mondo online le persone non possano vedersi l’un l’altra contribuisce ad aumentare l’effetto di disinibizione dando il coraggio agli utenti di esplorare luoghi o fare cose che altrimenti non farebbero.
  • asincronia: nella comunicazione online manca spesso la sincronia comunicativa, e gli scambi non sono in tempo reale. Il fatto di non dover far fronte alla reazione istantanea dell’altra persona contribuisce all’effetto di disinibizione. Infatti, se l’utente non ha modo di vedere la reazione dell’interlocutore e di adattare la propria comunicazione di conseguenza può essere portato a persistere nella strategia comunicativa in atto, anche e soprattutto nei casi in cui questa è lesiva, magari più di quanto inizialmente preventivato.
  • immaginazione dissociativa: l’opportunità data dal mondo online di dissociarsi, combinata alla possibilità di creare un proprio personaggio in parte (o totalmente) immaginario, amplifica l’effetto di disinibizione, poiché le persone consciamente o inconsciamente collocano questo personaggio in un altro spazio separato e distinto da quello della vita reale, uno spazio in cui le conseguenze delle proprie azioni sono concepite (spesso erroneamente) come meno intense e potenzialmente problematiche.
  • minimizzazione dell’autorità: la mancanza di indizi non verbali riduce l’effetto di norme sociali le quali, nel mondo reale, contribuiscono a regolare il comportamento. Per esempio, gli utenti non sono portati a riconoscere l’autorità degli altri (di solito comunicata tramite indici sociali e non verbali, come la postura o l’abbigliamento) e di conseguenza non regolano il loro comportamento come farebbero se la conversazione si sviluppasse in contesto non mediato.

Le motivazioni degli haters

Sebbene le classiche annotazioni di Suler aiutino a comprendere il contesto online e come esso faciliti l’emergenza di comportamenti di solito inammissibili nella comunicazione faccia a faccia, ancora non ci permettono di fare passi avanti nella comprensione psicologica del fenomeno hater. In altre parole la domanda che sorge spontanea è: perché si diventa un hater? In uno studio condotto da Shachaf e Hara nel 2010 (Shachaf e Hara, 2010), gli autori hanno identificato come giustificazione dei comportamenti aggressivi esperienze quali la noia, oppure obiettivi come la ricerca di attenzione, la vendetta, il piacere e il desiderio di fare un danno alla comunità, in relazione alla quale gli haters si percepiscono come outsider o addirittura come oppositori. Non è da escludere tuttavia che il comportamento aggressivo online sia anche legato ai tratti di personalità degli haters stessi. In uno studio online del 2014, Buckels e colleghi (Buckels, Trapnell, e Paulhus, 2014) hanno intervistato 1215 soggetti esaminando i loro profili di personalità e il loro stile comunicativo su internet. In generale i ricercatori hanno trovato una correlazione positiva tra i tratti di personalità narcisista e machiavellica, tratti psicopatici, personalità antisociale e personalità sadica. In particolare, l’associazione più forte che è emersa da questo studio è quella tra l’utilizzo di commenti negativi, distruttivi e i tratti di personalità sadica.

I comportamenti negativi online verrebbero quindi messi in atto per il puro piacere di farlo e il fenomeno andrebbe letto come una manifestazione quotidiana online dei tratti sadici che le persone tendono a non esprimere nella vita reale. Coerentemente, dalla ricerca di Craker e March (2016) risulta che l’outcome principale ricercato dagli haters è la “potenza sociale negativa” o la sensazione di sentirsi potenti risultante dall’aver arrecato danno ad altri. Il legame tra comportamenti di trolling e i tratti di personalità cosiddetti “oscuri” (psicopatia, narcisismo e machiavellismo) emerge anche da altri studi recenti (Lopes e Yu, 2017), i quali aggiungono però alcuni particolari importanti. Il tratto di psicopatia risulta quello maggiormente correlato a tali comportamenti, ma allo stesso tempo anche a caratteristiche vittimologiche specifiche. Diversamente da bulli e cyberbulli, i troll psicopatici, che si focalizzano comunque su un range relativamente limitato di persone da infastidire, tendono a preferire vittime che percepiscono come popolari, attraenti, di successo; infatti, persone deboli o impopolari sono più facili da manipolare per i propri fini (comportamento comune anche al tratto machiavellico), ma non rappresentano una sfida interessante per gli psicopatici, i quali sono interessati non solo ad attaccare la vittima ma anche ad umiliarla pubblicamente di fronte ai follower che la apprezzano. 

Conclusioni

È dunque necessario tenere in considerazione il fatto che il fenomeno haters presenti due potenziali risvolti. Da un lato, gran parte dei fenomeni di hating sono ascrivibili al solo contesto on line e possono essere considerati come sostanzialmente innocui. Possono sì scatenare reazioni negative negli altri, ma sono pressoché privi di effetti nel “mondo reale” delle relazioni. Per questi casi vale la strategia riassunta dal noto adagio “don’t feed the troll” in italiano “non dar da mangiare al troll”; se l’hater viene ignorato, e i destinatari delle offese non rispondono ai suoi attacchi, tende ad annoiarsi e ad abbandonare il contesto online dove sta cercando di creare confusione.
D’altro canto, la relazione predittiva e correlazionale individuata in letteratura tra questi comportamenti e i tratti di personalità antisociali mette in luce che, in alcuni rari casi, comportamenti insistenti di trolling e hating possono essere indice di intenzioni dannose, antisociali e fisicamente aggressive che rispecchiano personalità disturbate e inimicizie intense.
Per concludere, un fenomeno come quello degli haters va ascritto alla complessità dei nuovi media e del mondo che hanno contribuito a creare; essi sono senz’altro uno dei prodotti delle opportunità offerte dalle nuove tecnologie, e tuttavia, proprio in quanto tali, nella maggior parte dei casi i comportamenti aggressivi e lesivi dei troll non vedono la luce al di fuori del contesto mediato da schermi e tastiere. Nei casi in cui, invece, il comportamento online costituisce effettivamente il riflesso di reali problemi e rischi relazionali, la radice di questi è da ricercarsi nelle disposizioni caratteriali e morali dei singoli individui, sostanzialmente indipendente dall’utilizzo delle tecnologie.

Bibliografia

  • Bauernschuster, S., Falck, O., e Heblich, S. (2010). Social capital access and entrepreneurship. Journal of Economic Behavior e Organization, 76(3), 821–833.
  • Buckels, E. E., Trapnell, P. D., e Paulhus, D. L. (2014). Trolls just want to have fun. Personality and Individual Differences, 67, 97–102. 
  • Craker, N., e March, E. (2016). The dark side of Facebook®: The Dark Tetrad, negative social potency, and trolling behaviours. Personality and Individual Differences102, 79-84.
  • David-Ferdon, C., e Hertz, M. F. (2007). Electronic Media, Violence, and Adolescents: An Emerging Public Health Problem. Journal of Adolescent Health, 41(6), S1–S5. 
  • Hardaker, C. (2010). Trolling in asynchronous computer-mediated communication: From user discussions to academic definitions. Journal of Politeness Research. Language, Behaviour, Culture, 6(2). 
  • Hinduja, S., e Patchin, J. W. (2008). Cyberbullying: An Exploratory Analysis of Factors Related to Offending and Victimization. Deviant Behavior, 29(2), 129–156. 
  • Jablonska, M. R., e Polkowski, Z. (2018). Why Do Young People Hate on the Internet? In B.-Y. Cao (Ed.), Fuzzy Information and Engineering and Decision (Vol. 646, pp. 163–174). Cham: Springer International Publishing. 
  • Lopes, B., e Yu, H. (2017) Who do you troll and Why: An investigation into the relationship between the Dark Triad Personalities and online trolling behaviours towards popular and less popular Facebook profiles, Computers in Human Behavior, 77, 69-76.
  • Riva, G. (2010). I social network. Il Mulino.
  • Sarracino, F. (2014). Online networks and subjective well-being. Munich Personal RePEc Archive.
  • Shachaf, P., e Hara, N. (2010). Beyond vandalism: Wikipedia trolls. Journal of Information Science, 36(3), 357–370. 
  • Slonje, R., e Smith, P. K. (2008). Cyberbullying: Another main type of bullying? Scandinavian Journal of Psychology, 49(2), 147–154. 
  • Smith, P. K., Mahdavi, J., Carvalho, M., Fisher, S., Russell, S., e Tippett, N. (2008). Cyberbullying: its nature and impact in secondary school pupils. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 49(4), 376–385. 
  • Smith, P. K., Mahdavi, J., Carvalho, M., e Tippett, N. (2006). An investigation into cyberbullying, its forms, awareness and impact, and the relationship between age and gender in cyberbullying. Research Brief No. RBX03-06. London: DfES.
  • Steinfield, C., Ellison, N. B., e Lampe, C. (2008). Social capital, self-esteem, and use of online social network sites: A longitudinal analysis. Journal of Applied Developmental Psychology, 29(6), 434–445. 
  • Suler, J. (2004). The online disinhibition effect. CyberPsychology e Behavior, 7(3), 321–325.