QI - Questioni e idee in psicologia - Il magazine online di Hogrefe Editore

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numero 115 - marzo 2025

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Rassegna stampa

Rassegna stampa #115

Rassegna stampa #115

Un sonno disturbato può renderci meno empatici

Nelle società industrializzate, la carenza di sonno è una problematica molto diffusa, con effetti noti sulle capacità cognitive e sulla salute. Tuttavia, il suo impatto sul comportamento prosociale, in particolare sull’empatia, è stato meno indagato. L’empatia, essenziale per superare un funzionamento egocentrico, è un costrutto multidimensionale che comprende sia aspetti stabili, legati alla personalità, sia componenti più flessibili, influenzate da cambiamenti contestuali. Inoltre, l’empatia di tratto e di stato coinvolgono sia processi emotivi (“preoccupazione empatica”, cioè il desiderio di aiutare qualcuno) che cognitivi (“assunzione di prospettiva”, ovvero la capacità di mettersi nei panni altrui). Studi precedenti sull’empatia hanno esplorato soprattutto gli effetti di privazioni estreme del sonno, ma nella vita reale risultano molto più comuni problematiche meno severe, quali la frammentazione o l’insufficienza del sonno. Un gruppo di ricerca internazionale ha approfondito questa relazione integrando misure soggettive ed oggettive. Un primo studio ha coinvolto oltre 150 partecipanti, i quali hanno compilato diari del sonno per alcuni giorni consecutivi e risposto a questionari per misurare la qualità complessiva del riposo nel mese precedente. Questa prima indagine ha rilevato che una minore qualità del sonno auto-riportata, a breve e lungo termine, era associata a ridotte risposte empatiche a immagini e scenari che rappresentavano individui sofferenti. In un secondo studio, condotto su oltre 340 persone, la qualità del sonno è stata direttamente manipolata dai ricercatori: mentre nel gruppo di controllo le risposte empatiche sono state valutate dopo una notte di sonno riposante, nel gruppo sperimentale i partecipanti sono stati sottoposti a brevi risvegli ripetuti per simulare la frammentazione del sonno. Il giorno seguente, questi ultimi hanno mostrato una ridotta sensibilità al dolore altrui ed una minore propensione a comportamenti prosociali. Questi risultati evidenziano come un sonno di scarsa qualità non comprometta solo il benessere individuale, ma possa anche ridurre la capacità di connessione con gli altri, con implicazioni particolarmente importanti per le professioni caratterizzate da elevata richiesta empatica, quale il caso degli operatori sanitari, spesso sottoposti a lavoro notturno.

Gordon-Hecker, T., Choshen-Hillel, S., Ben-Simon, E., Walker, M.P., Perry, A. & Gileles-Hillel, A. (2025). Restless nights, cold hearts: Poor sleep causally blunts empathy. International Journal of Clinical and Health Psychology, 25(1),100548. https://doi.org/10.1016/j.ijchp.2025.100548.

 

Autismo e stigma: l’impatto della cultura dell’onore sulle pratiche genitoriali

I bambini con diagnosi di disturbo dello spettro autistico (ASD) sperimentano tassi particolarmente elevati di abuso e maltrattamento, pratiche che spesso sono perpetrate proprio dai caregiver. Ma cosa spinge alcuni genitori a negare la diagnosi del proprio figlio o ad adottare trattamenti non basati sull’evidenza scientifica?    Una risposta potrebbe risiedere nella cultura dell’onore, un sistema di valori in cui è centrale la reputazione sociale e dove i bambini fungono da riflesso del proprio onore e di quello della famiglia. Un gruppo di ricercatori statunitense ha esplorato il legame tra l’adesione ai valori culturali dell’onore e le scelte educative e terapeutiche nei confronti dei bambini con ASD, evidenziando come il desiderio di proteggere la propria reputazione possa giocare un ruolo nelle decisioni dei genitori. Gli autori hanno condotto tre studi distinti che hanno coinvolto complessivamente circa 1000 partecipanti. Nel primo studio, hanno somministrato questionari online per esaminare la relazione tra il sostegno ai valori dell’onore e credenze e atteggiamenti verso l’autismo. I risultati hanno mostrato che le persone con una forte adesione alla cultura dell’onore tendono a provare maggiore preoccupazione per la reputazione familiare e maggiore vergogna all’idea di avere un figlio con ASD, oltre a risultare più inclini a pratiche genitoriali potenzialmente dannose. Il secondo studio ha impiegato 4 scenari ipotetici per manipolare due fattori: l’ufficialità della diagnosi e la visibilità sociale dei sintomi. I risultati emersi hanno evidenziato che, indipendentemente dalla condizione sperimentale, chi aderisce ai valori dell’onore prova maggiore stigma e vergogna nei confronti dei bambini con ASD e tende a favorire punizioni o restrizioni dei comportamenti autistici. Tuttavia, quando il bambino viene valutato come particolarmente problematico, questi stessi individui risultano più favorevoli ai trattamenti di supporto, probabilmente per ridurre l’impatto sociale negativo sulla famiglia. Infine, l’ultimo studio ha indagato direttamente l’esperienza di persone con diagnosi di ASD rispetto al trattamento ricevuto dai loro genitori. Confrontando individui cresciuti in stati USA, è emerso che coloro che provengono dai contesti improntati all’onore hanno riportato tassi più elevati di maltrattamento infantile ed una peggiore salute mentale in età adulta. Inoltre, hanno ricevuto più frequentemente trattamenti alternativi, rispetto a chi è cresciuto in stati con cultura della dignità. Questi risultati mettono in luce come le norme culturali possano influenzare profondamente le scelte genitoriali e suggeriscono l’importanza di politiche di sensibilizzazione e interventi educativi per ridurre lo stigma o promuovere pratiche di supporto più adeguate per le famiglie con bambini autistici.

Foster, S., Bishay, A. & Bock, J.E. (2025). Honor endorsement predicts both negative beliefs about autism spectrum disorder (ASD) and support for potentially harmful ASD treatment behaviors. Current Research in Ecological and Social Psychology, 8, 100216. https://doi.org/10.1016/j.cresp.2025.100216.

 

La realtà virtuale nella ricerca sull’auto-oggettivazione lavorativa

Quando il lavoro diventa ripetitivo, frammentato e controllato dall’esterno, i lavoratori possono iniziare a percepirsi non più come individui, ma come semplici strumenti produttivi. Questo fenomeno, noto come auto-oggettivazione lavorativa, può avere conseguenze negative sulla motivazione, il senso di scopo, l’identificazione organizzativa e, in generale, il benessere psicologico. Tuttavia, studiare questo fenomeno in un ambiente immersivo, mantenendo al contempo un alto controllo sperimentale, rappresenta una sfida complessa per la ricerca psicologica. I paradigmi sperimentali tradizionali che sono stati impiegati nell’intento presentano vari limiti relativi ai costi, alla validità ecologica o alla natura retrospettiva dei dati. Per affrontare queste difficoltà, un team di ricercatori dell’Università Bicocca di Milano ha sviluppato un innovativo sistema di realtà virtuale (VR) che consente di simulare e manipolare sperimentalmente situazioni lavorative oggettivanti e non oggettivanti. Dopo avere verificato l’affidabilità degli scenari virtuali costruiti per studiare i processi di auto-oggettivazione, in uno studio successivo 53 partecipanti sono stati assegnati casualmente a due condizioni sperimentali. Nella condizione di lavoro oggettivante, il compito consisteva nell’assemblare due parti di una sedia per 5 minuti, simulando il lavoro in catena di montaggio. Nella condizione non oggettivante, invece, dovevano realizzare una sedia nella sua interezza, svolgendo un’attività più autonoma e creativa. Il confronto tra le due condizioni lavorative ha mostrato come la progettazione delle attività influenzi il benessere psicologico e l’auto-oggettivazione. In particolare, i partecipanti impegnati nel semplice assemblaggio riportavano livelli significativamente più elevati di auto-oggettivazione e si sentivano meno capaci di sperimentare stati mentali complessi durante l’attività. Viceversa, lo scenario di lavorazione del legno, che enfatizzava creatività e autonomia, ha indotto i partecipanti a descrivere l’esperienza complessivamente come meno alienante. La qualità del lavoro, dunque, non dipende solo dalla fatica o dal carico dei compiti, ma anche da quanto i lavoratori si sentono coinvolti e riconosciuti come individui. In conclusione, la realtà virtuale si è confermata un potente strumento per indagare i processi psicologici in contesti lavorativi, bilanciando controllo sperimentale e realismo e contribuendo alla comprensione dei fattori occupazionali associati all’auto-oggettivazione.

Puzella, G., Sterlicchio, A, Baldissarri, C., Manfredi, A., Greitemeyer, T. & Gabbiadini, A. (2025). A virtual reality environment to study work-related objectification, Acta Psychologica, 255, 104902. https://doi.org/10.1016/j.actpsy.2025.104902.

 

Le intelligenze artificiali percorrono le stesse scorciatoie cognitive del pensiero umano?

I modelli di intelligenza artificiale generativa, come ChatGPT, sono sempre più utilizzati per simulare il comportamento umano e supportare la ricerca in psicologia. Un team di ricercatori statunitense ha indagato se questi sistemi presentano i pregiudizi cognitivi tipici del pensiero umano. Lo studio ha esplorato 4 bias cognitivi ampiamente documentati dalla ricerca: l’effetto alone, per cui la valutazione globale circa una persona è influenzata da un suo singolo attributo, il pregiudizio legato all’ingroup e all’outgroup, ovvero la tendenza a favorire i membri appartenenti al proprio gruppo ed a valutare più negativamente quelli di gruppi diversi, l’effetto del falso consenso, cioè la sovrastima di quanto le proprie credenze o abitudini siano diffuse tra le altre persone, e il bias di ancoraggio, una modalità di giudizio guidata da una singola informazione iniziale. I ricercatori hanno generato 1000 persone artificiali (AP) attraverso ChatGPT e condotto un insieme di studi per valutare ciascuno dei 4 bias. Dunque, è stato chiesto alle AP di rispondere a vari scenari, formulando giudizi su personaggi ipotetici brevemente descritti o fornendo stime. I risultati complessivi di questi studi evidenziano come le AP formulano giudizi che sono guidati da distorsioni analoghe a quelle del processo decisionale umano: ad esempio, per quanto riguarda l’effetto alone, le AP hanno valutato un personaggio ipotetico, descritto come autore di una buona azione, come più fisicamente attraente, intellettualmente abile, dotato di migliori caratteristiche di leadership e di competenza sociale, rispetto ad un altro personaggio immaginato come impegnato in attività neutre. Analogamente, nei giudizi forniti dalle AP sono stati riscontrati il bias di ingroup e outgroup, l’effetto del falso consenso ed il bias dell’ancoraggio. Un dato degno di nota è emerso in uno dei compiti di stima, in cui le AP sono state estremamente accurate in tutte le condizioni sperimentali, ponendo alla luce come esse bypassino la scorciatoia cognitiva laddove sia possibile recuperare l’informazione necessaria direttamente dai dati con cui sono state addestrate. Tuttavia, sebbene le AP abbiano mostrato distorsioni cognitive che sono coerenti con quelle umane per la loro natura, queste sono risultate esagerate nella loro intensità. Questo potrebbe dipendere dalla mancanza di elementi tipici del pensiero umano, come il rumore cognitivo, l’esitazione e l’autoriflessione. L’avvertimento per la ricerca psicologica basata sulle intelligenze artificiali è che, se da un lato le AP possono rappresentare una lente di ingrandimento sui processi decisionali umani, dall’altro lato ci si deve domandare se questi strumenti siano affidabili o se introducano ulteriori distorsioni nei processi decisionali che intendono replicare.

Campbell, H., Goldman, S. & M. Markey, P. (2025). Artificial intelligence and human decision making: Exploring similarities in cognitive bias. Computers in Human Behavior: Artificial Humans, 4, 100138. https://doi.org/10.1016/j.chbah.2025.100138.